
Italian Edition
Literature
La Calandria
Italian BooksWhale Edition by Bernardo Dovizi da Bibbiena
Un classico di Bernardo Dovizi da Bibbiena tra arte, storia e esperienza umana.
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Book introduction
La Calandria
La Calandria unisce immagini, conflitti e riflessioni sul proprio tempo; la voce di Bernardo Dovizi da Bibbiena rende riconoscibili le passioni e le idee dell’opera.
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Preview chapterINTERLOCUTORIRead preview
Prologo Argumento Fessenio servo Polinico precettore Lidio adulescentulo Calandro Samia serva Ruffo negromante Santilla Fannio servo Fulvia moglie di Calandro Meretrice Facchino Sbirri di dogana.
Preview chapterPROLOGO [ del Castiglione ]Preview
Voi sarete oggi spettatori d’una nova commedia intitulata Calandria : in prosa, non in versi; moderna, non antiqua; vulgare, non latina. Calandria detta è da Calandro el quale voi troverrete si sciocco che forse difficil vi fia di credere che Natura omo si sciocco creasse giá mai. Ma, se viste o udite avete le cose di molti simili, e precipue quelle di Martino da Amelia (el quale crede la stella Diana essere suo’ moglie, lui essere lo Amen, diventare donna, Dio, pesce ed arbore a posta sua), maraviglia non vi fia che Calandro creda e faccia le sciocchezze che vedrete. Rappresentandovi la commedia cose familiarmente fatte e dette, non parse allo autore usare il verso; considerato che e’ si parla in prosa, con parole sciolte e non ligate. Che antiqua non sia dispiacer non vi dee, se di sano gusto vi trovate: per ciò che le cose moderne e nove delettano sempre e piacciono piú che le antique e le vecchie; le quale, per longo uso, sogliano sapere di vieto. Non è latina: però che, dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore, che piacervi sommamente cerca, ha voluto farla vulgare; a fine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti. Oltre che, la lingua che Dio e Natura ci ha data non deve, appresso di noi, essere di manco estimazione né di minor grazia che la latina, la greca e la ebraica: alle quali la nostra non saria forse punto inferiore se la esaltassimo, la osservassimo, la polissimo con quella diligente cura che li greci e altri ferno la loro. Bene è di sé inimico chi l’altrui lingua stima piú che la sua propria. So io bene che la mia mi è si cara che non la darei per quante lingue oggi si trovano. E cosí credo intervenga a voi. Però grato esser vi deve sentire la commedia nella lingua vostra. Avevo errato: nella nostra, non nella vostra, udirete la commedia; che a parlare aviamo noi, voi a tacere. De’ quali se sia chi dirá lo autore essere gran ladro di Plauto , lassiamo stare che a Plauto staria molto bene lo essere rubato per tenere, il moccicone, le cose sua senza una chiave, senza una custodia al mondo; ma lo autore giura, alla croce di Dio, che non gli ha furato questo ( facendo uno scoppio con la mano ); e vuole stare a paragone. E, che ciò sia vero, dice che si cerchi quanto ha Plauto e troverrassi che niente gli manca di quello che aver suole. E, se cosí è, a Plauto non è suto rubbato nulla del suo. Però non sia chi per ladro imputi lo autore. E, se pure alcuno ostinato ciò ardisse, sia pregato almeno di non vituperarlo accusandolo al bargello; ma vada a dirlo secretamente nell’orecchio a Plauto. Ma ecco qua chi vi porta lo Argumento. Preparatevi a pigliarlo bene, aprendo ben ciascuno il buco de l’orecchio.
Preview chapterPROLOGO [del Bibbiena]Preview
Oh che tranquillo sonno e che piacevol sogno m’ha rotto ser Giuliano con quella suo’ voce da camera, che gli venga il canchero! Se mi donassi il miglior poder ch’egli abbi, non mi ristorerebbe del piacere che m’ha tolto svegliandomi. Io dormiva qua come un tasso e sognava d’aver trovato l’anel d’Angelica; quell’anel, dico, che chi lo portava in bocca non poteva esser veduto da persona. Pensate or voi, donne mie, se io era allegro di sí fatta ventura! Io faceva pensiero di andarmene invisibile alle casse di certi pigoloni avaracci, a’ quali non si trarrebbe un grosso delle mani con le tanaglie di Nicodemo, e quivi volevo fare un ripulisti di tal sorte che non rimanessi loro un marcio quatrino. In ogni modo egli è un peccato che cotali miseracci abbin del fiato, poi che, per non spendere un soldo, tengano a patti quasi di lasciarsi morir di fame. Alle spese loro volevo io ragunar tanti denari che io comprassi due bonissime porzioni: chi sarebbe poi stato meglio di me, dite il vero? Pensava poi di vedere tutte le donne di Firenze quando si levano: e forse che i’ non arei potuto farlo, potendo andar per tutto senza esser veduto! — So — diceva io — che non gioverá far meco lo schizzinoso di non voler esser vedute, perché le giugnerò in lato che non potranno nascondermisi! — E giá mi pareva essere a’ ferri, quando, cosí dormendo, mi ricordai che stasera si faceva una veglia. — Orsú — diss’io — inanzi che i’ faccia altro, vo’ dare una scorribandola per queste case e vedere quel che fanno quelle donne che vi sono invitate. — Fatto il pensiero, mi pongo l’anello in bocca; e, parendomi di non poter esser veduto, entro in una casa. E truovo che ’l marito faceva un grande afrettare la moglie che andassi via presto, e non le dava tanto agio che la poveretta si potessi a pena assettare. Maraviglia’ mi di tanta fretta che colui le faceva; e, considerando molto bene a ogni cosa, m’aveggo che il galantuomo aveva fatto assegnamento adosso alla fante, e però gli pareva mill’anni di levarsi la moglie dinanzi. Non vi dico se mi gonfiò lo stommaco vedendo che colui faceva sí poca stima della moglie giovane e bella, per andar dietro a una fante: e, s’io avessi potuto, l’arei confinato in una cucina a succiar broda e a leccare strofinacci, poi che n’è si giotto; e starebbe, la state, molto bene a questi tali. Basta che poi si scusano con dire: «Ogni cosa è me’ che moglie». Mi partii di quivi, mezzo sdegnato con lui; e, giunto in un’altra casa, truovo la moglie e il marito che facevano un gran contendere insieme. Ella piangeva, e voleva pur venir alla veglia, e diceva al marito: — Se voi non volevi che io v’andassi, bisognava dirlo prima e non mi lassar promettere. Voi volete pure che ognuno sappia chi voi sète, che maladetto sia il punto e l’ora che io mi maritai! cosi poteva io farmi monaca, se non ho mai a avere un piacere come l’altre. — Ben, be’ — rispondeva il marito geloso, — veglie, ch? veglie, ch? Se tu volessi bene al tuo marito, tu non ti cureresti d’andarvi. Tu non sai bene quel che si fa a queste veglie. Statti, statti in casa meco; e sará molto meglio che andar notticon tutta notte. — Dch sí, lasciatemi andare — soggiugneva ella: — alle veglie si va una volta l’anno, e vaccene tante de l’altre: avete voi paura ch’io non sie mangiata? — Che belle parole! che vuol dir mangiata, cervellinuzza? — disse il geloso. — Oh! sta’ costi, e non mi romper piú la testa. — Io messi mano a un legno, con animo di dargli venticinque bastonate per fargli uscire la gelosia del capo: ma pensai poi che fusse meglio lasciarne far la vendetta a lei, che, se sará savia, com’io credo, lo fará esser geloso di qualcosa. E forse che ci mancano e’ giovani sfaccendati, in questa cittá! E’ gli fará il dovere al dappochello: gli è ben vero che la gelosia non vien da altro che da dappocaggine. Anda’mene in un altro luogo: e trovai che la padrona si aveva messo il brigante in casa e, per non venire alla veglia, dava ad intendere al marito che un suo bambino, o bambina che si fusse, si sentiva male; e, per farlo piangere, non restava di pizzicarlo, talché ’l poverino né con lusinghe né con altro si rachetava. Onde ella diceva: — Vedi, marito mio, io non voglio lasciare questo povero bambino a guardia di fante e non son per venire alla veglia altrimenti. Ma facciam cosi: vavvi tu, acciò che non paia che noi faccián poca stima di chi ci ha invitati. — Il buono uomo, per non sentir quel pianto tutta notte, e non sapendo come potessi giovare al figliuolo, si usci di casa e dette campo franco alla moglie, piú aveduta e piú savia di lui. Parvemi d’entrar poi in una altra casa e trovare la padrona che si faceva affibbiar dalla fante e le diceva: — Uh, sciocca, dappocuza! ancor non sai tu affibbiare una vesta? Cominciati di sotto, in malora! — A cui la fante rispondeva: — E che noia dá, che importa cominciarsi di sotto o di sopra? Quando io affibbiava quell’altra mia padrona, io cominciava pur sempre di sopra. — Sai tu perché? — rispondeva la padrona: — perché ella ha troppe le puppe grosse, e cominciavasi di sopra per tirarsele in giú a poco a poco acciò non apparissino sí ritte. Ma io, perché son magra ed ho il petto piccolo, bisogna, se io non voglio parer fatta colla pialla, che mi cominci affibbiar di sotto, acciò che io abbia un poco di apparienzia e non paia una spigolista; ben sai! — Oh quanto mi risi di questa astuzia da donne! Trova’ne, doppo questa, un’altra, piú vana che una zucca secca, la quale si stava in una sua anticameretta dintorno allo specchio, con un paio di mollettine in mano, e davasi una riveduta solenne alle ciglia; e, poi che si fu pelata e spelata a suo modo, messe mano a un fiaschetto pieno d’una certa aqua sbiancata, che pareva latte marcio, e con essa si lavò molto bene il viso e la gola per infino al petto. Doppo, presa la pezzetta di levante, si dipinse un viso che pareva una mascara modanese: e, poi che si fu lisciata a suo modo, cominciò a mettersi tanti fiori in seno e agli urecchi che la pareva un maggio; e, guardandosi nello specchio e parendole che non campeggiassino a suo modo, forse dieci volte li levò e ripose, tanto che mi venne a noia e me ne partii senza voler vederne la fine. Entrai in piú di diece altre case: e sempre sempre trovai donne che si lisciavano; e alcuna ne viddi che era aiutata dal marito, molto piú vano di lei. — Diacin ne vadia, con tanto lisciarsi! — diceva io fra me medesimo: — può egli essere che queste meschine non si accorghino che per voler parer piú belle, si fanno maschere e si guastan la vita ed invechiano dieci anni inanzi al tempo e diventano grinze e isdentate o vero co’ denti sí sudici e lordi che sarebbe manco schifo a baciar loro... presso che io non dissi qualche mala parola... che baciar loro la bocca? Quante ne è qui che, cariche di panni e del mal che Dio die loro, stanno intirizzate come statue e non si possan muovere, scoppiano di caldo e di affanno, per parer belle! E pensan forse, queste tali, esser tenute piú belle che l’altre? Le s’ingannano, perché belle son tenute quelle che né poco né molto le lor persone procurano. — Mi deliberai di rompere quanti fiaschetti di liscio e quante ampolle io trovava: e, stendendo la mano cosí nel sonno, credendq_pigliare un fiaschetto, presi un orinale, pien d’altro che d’aqua d’angioli, per trarlo nel muro; e a punto lo batteva nel capo a ser Giuliano che m’era a canto per svegliarmi; e vi so dire che io l’arei profumato di buona sorte, se a punto in su quello egli non mi avessi svegliato, per impormi vi dicessi quello che si vergogna a dir lui. E questo è che certi sua amici gli avevan promesso di aver in ordine per questa sera una bella commedia; e lui, fidandosi di loro, non si è curato vederla o udirla, credendo che la commedia fussi, se non buona in tutta perfezione, almeno ragionevole: ma stamane, ch’egli l’ha udita provare, conosce che invero la non è degna di voi, e gli duole in sino al cuore che voi siate qui, parendoli d’avervi fatto perdere l’aconciatura. Onde vi prega vi degnate averlo per iscusato, promettendovi che, la prima volta tornerete in casa sua, vi fará sentire una commedia d’un’altra sorte e piú bella e sanza comparazione piú piacevole. Ma mi pare vedere che gli ará una bazza, perché questi gentiluomini sono tanto intenti a contemprare le bellezze di voi altre donne che poco o niente della commedia si cureranno. Di grazia, nobilissime donne, se pensate di far cosa grata a lui e a chi l’ha a recitare, mostratevi loro piú del solito favorevoli e benigne, acciò che la commedia quel manco gí’infastidisca. Che dite? faretelo? Non bisogna storcere il viso: chi di voi non vuol far questo, o li paressi stare a disagio, se ne può ire a suo’ posta, che l’uscio è aperto. Fate largo, lá! E chi resterá udirá la commedia che costoro hanno ordinato di fare, quale ella si sia, che forse vi fará ridere per la sua goffezza. Poco stará non so chi di loro a uscir fuora; e voi, donne, di grazia, spalancate bene il buco de l’urecchio vostro a ciò non ne perdiate una gocciola.
Table of contents
Inside this edition
- 01INTERLOCUTORI
- 02PROLOGO [ del Castiglione ]
- 03PROLOGO [del Bibbiena]
- 04ARGUMENTO
- 05SCENA I
- 06SCENA II
- 07SCENA III
- 08SCENA IV
- 09SCENA V
- 10SCENA VI
- 11SCENA VII
- 12SCENA VIII
- 13SCENA I
- 14SCENA II
- 15SCENA III
- 16SCENA IV
- 17SCENA V
- 18SCENA VI
- 19SCENA VII
- 20SCENA VIII
- 21SCENA IX
- 22SCENA X
- 23SCENA I
- 24SCENA II
- 25SCENA III
- 26SCENA IV
- 27SCENA V
- 28SCENA VI
- 29SCENA VII
- 30SCENA VIII
- 31SCENA IX
- 32SCENA X
- 33SCENA XI
- 34SCENA XII
- 35SCENA XIII
- 36SCENA XIV
- 37SCENA XV
- 38SCENA XVI
- 39SCENA XVII
- 40SCENA XVIII
- 41SCENA XIX
- 42SCENA XX
- 43SCENA XXI
- 44SCENA XXII
- 45SCENA XXIII
- 46SCENA I
- 47SCENA II
- 48SCENA III
- 49SCENA IV
- 50SCENA V
- 51SCENA VI
- 52SCENA I
- 53SCENA II
- 54SCENA III
- 55SCENA IV
- 56SCENA V
- 57SCENA VI
- 58SCENA VII
- 59SCENA VIII
- 60SCENA IX
- 61SCENA X
- 62SCENA XI
- 63SCENA XII
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